Pillole di storia giallorossa | Oro, argento e bronzo tra il 1960 e il 1964 con Livio trapé e Giovanni Bramucci

di Luca Pelosi (Il Romanista)

Quando arrivano i Giochi olimpici del 1960 tutta la Roma sportiva, e non solo, vive un momento sensazionale. Atteso da tempo, preparato con la massima cura da tutti gli italiani, da chi viene da Roma e dintorni in particolare. Livio Trapè è un ciclista di Montefiascone che dal 1957 veste la maglia dell’A.S. Roma Ciclismo. Il direttore sportivo Pietro Chiappini ha puntato forte su di lui. Già al primo anno vince 12 corse, tutti aspettano il suo passaggio al professionismo, ma lui rinvia l’appuntamento proprio per dare il meglio di sé ai Giochi di Roma. Viene inserito nel quartetto della 100 chilometri a squadre insieme ad altri tre lombardi, Antonio Bailetti, Ottavio Cogliati e Giacomo Forconi. È la prima volta in cui questa prova viene disputata ai Giochi. Fino al 1956 il titolo a squadre si assegnava sulla base dei tempi nelle prove individuali. Sul circuito predisposto a Castel Fusano, lungo 33,3 km e da ripetere tre volte, è un trionfo. Sono iscritte 32 nazionali, alle 9 del mattino la temperatura è già oltre i 30 gradi. Le squadre partono a distanza di 2 minuti l’una dall’altra. Lungo il percorso gli italiani raggiungono diversi quartetti partiti prima di loro e concludono la prova in compagnia di due squadre avversarie con il tempo di 2h14’33″53″‘. Sul podio i nostri azzurri salgono con alla destra la Germania e alla sinistra l’Unione Sovietica. Vincono con il tempo di 2h14’53”. Il primo ad abbracciare Livio Trapè è proprio Pietro Chiappini, presente ai piedi del podio, lui che ha sempre creduto nel corridore di Montefiascone.

Tre giorni dopo, Livio Trapè è al via della prova in linea sul circuito di Grottarossa. I favoriti sono i tedeschi, ma vengono sorpresi dall’azione del sovietico Viktor Kapitonov. L’unico a reagire è proprio Livio Trapè che lo raggiunge, ma nella volata finale parte troppo da lontano, contando sulle sue doti di fondo. Kapitonov però riesce a tenergli la scia e a sfruttarla per superarlo a pochi metri dal traguardo. Per lui e per l’A.S. Roma Ciclismo va in archivio un’Olimpiade con un oro e un argento. Niente male.

Niente male anche nel 1968 a Città del Messico. E torniamo alla cronometro a squadre. Le partecipanti, il 15 ottobre, sul circuito della Ciudad Satelite, sono trenta. Le più attese sono l’Italia, vincitrice a Roma nel 1960, e l’Olanda, vincitrice a Tokyo nel 1964 proprio davanti agli azzurri, che sono stati campioni del mondo nel 1962, nel 1964 e nel 1965, ottenendo l’argento nel 1963 e il bronzo nel 1966 e nel 1967. Nessuno frequenta il podio più dell’Italia, che schiera Vittorio Marcelli, Mauro Simonetti, Pierfranco Vianelli (futuro campione della corsa in linea), e un uomo A.S. Roma: si tratta di Giovanni Bramucci, che si rivelerà di grande aiuto nella vittoria individuale di Vianelli, rompendo continuamente i cambi degli inseguitori e giungendo ottavo al traguardo. È uno dei migliori passisti della sua generazione e per forza di cose è convocato per i Giochi messicani. Chi parte meglio è la Svezia, terza quattro anni prima a Tokyo, seguita dall’Olanda. L’Italia ha un ritardo di 40 secondi, inizia a rimontare, ma viene penalizzata proprio da una foratura capitata a Bramucci. Vince l’Olanda davanti alla Svezia, gli azzurri conquistano un bronzo che, chissà, se la sfortuna non avesse limitato il contributo di Bramucci sarebbe potuto essere di un metallo ancora più pregiato. L’A.S. Roma Ciclismo, in ogni caso, torna a casa con un’altra medaglia olimpica.

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