Oltre il confine

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di Luca Pelosi (Il Romanista)

 

Certe imprese valgono doppio. Salite mitiche, difficilissimi, non per tutti. Che si trovano nel pieno nord dell’Italia, anzi oltre. Nel giro di poco più di due settimane alcuni atleti dell’A.S. Roma Ciclismo, guidati da Roberto Marcotullio, le hanno affrontate e domate. Partendo da Roma, non certo da località vicine ai luoghi delle lunghe pedalate.

Il tutto è iniziato nel fine settimana tra l’8 e il 9 luglio con la Ötztaler Radmarathon, unanimente considerata la Granfondo più difficile d’Europa, alla quale si sono iscritti anche Roberto Grassi e Luigi Di Blasio. Una gara lunga e difficile dove non è affatto scontato superare tutti gli step previsti per rimanere entro il tempo massimo. Questo il racconto di Roberto Marcotullio: “E’ la Granfondo più dura d’Europa e ho capito perché. Ogni ciclista amatoriale ambisce a portarla a termine almeno una volta nella vita. E’ lunga 238 chilometri, con 5600 metri di dislivello e quattro salite durissime. La più faticosa è chiamata il rombo, sono ben 29 chilometri di salita, è perfino più dura dello Stelvio. Ci vuole tanta testa e tanta pazienza, ma andando piano poi la si porta a termine. Di sicuro non è un qualcosa che si può improvvisare. Per me era la prima volta e sono riuscito a completarla, ma ho visto tanti ciclisti che non ce l’hanno fatta, qualcuno sdraiato per terra, qualcuno che andava a piedi. Mi è dispiaciuto epr Roberto Grassi, che non è partito perché è stato male, e per Luigi De Blasio, che è arrivato al cancello del Brennero con qualche minuto di ritardo e così non gli è stato consentito di proseguire. Lui aveva fatto poche uscite di allenamento e ha avuto problemi con il mal di schiena. Però ci ha messo grande volontà e grande voglia”.

Con ancora nelle gambe la fatica, che di sicuro non si smaltisce in pochi giorni, il venerdì successivo ritroviamo Roberto Marcotullio a Bormio. Stavolta insieme a lui oltre a Massimo Asci c’è Roberto Grassi. I tre si sono preparati un programma niente male nei giorni di permanenza al nord, cioè da venerdì 14 a giovedì 20.

E’ ancora Roberto Marcotullio a raccontarci le imprese: “Abbiamo fatto lo Stelvio, partendo da Bormio fino alla cima, per poi scendere dall’altro versante, fino a Prato allo Stelvio, e risalire un’altra volta. Il giorno dopo siamo andati a Livigno e al lago di Cancano. Sono stati 2700 metri di dislivello, quasi come i 3000 del giorno prima (con 81 chilometri). Ci siamo mossi fino a Livigno, tornando indietro dal lago. Dopo un giorno di relativo riposo siamo poi tornati sullo Stelvio, ma scendendo in Svizzera, passando per il passo Umbrial. E così abbiamo portato ancora una volta i colori della Roma oltre il confine”.

Una prova del genere non può che lasciare decisamente soddisfatti: “E’ stata una esperienza molto bella. Naturalmente siamo andati su per divertirci tra noi tre, ma non pensavamo così tanto. Il tempo è stato ottimo, molto bello, tranne che in occasione della seconda uscita sullo Stelvio. Lì ci ha colti un acquazzone improvviso e ci siamo fermati a un rifugio. Dopo circa 45 minuti, però, è passato tutto. Sembrava veramente che stesse per cadere il mondo. Invece il nuvolone è passato, è uscito un sole meraviglioso e siamo riusciti ad arrivare in Svizzera per poi tornare indietro”. Tutto qui? “Niente affatto. Già in questi percorsi ci siamo sorbiti salite belle dure, cioè non ci ha impedito di misurarci con altre due salite tanto dure quanto affascinanti: il Gavia e il Mortirolo. Una roba pazzesca, ma siamo riusciti a portare a casa anche questa impresa”.

Quello che aiuta un ciclista impegnato in prove del genere è l’atmosfera, tra il paesaggio e la compagnia:  “Abbiamo incontrato tantissimi ciclisti e motociclisti. Sono mete molto ambite per chi è appassionato di bicicletta e anche di mountain bike. Poi, per quanto riguarda le cime che abbiamo scelto, è un po’ come per la Ötztaler Radmarathon, ci sono certe salite e certi passi che almeno una volta nella vita vanno fatti. Non dico che se non li fai non sei un vero ciclista, ma di sicuro ti manca qualcosa. Ecco, poi a ben guardare qualcosa manca anche a noi, perché non è certo tutto qui. Ad esempio non ho mai fatto lo Zoncolan, che in questa occasione non si poteva fare perché è proprio in un altro posto, ma vediamo se magari ci si riesce l’anno prossimo. Io ho 61 anni e ho meno tempo a disposizione rispetto a Massimo, che ne ha 52, e Robertino, che ne compie 40 l’anno prossimo. Vedremo. L’unica cosa sicura è che si tratta di bellissime esperienze”. Esperienze che sarebbe bello replicare e condividere con altre maglie giallorosse. Questa la chiusura, a tal proposito, di Roberto Marcotullio: “Ci piacerebbe coinvolgere tutta l’A.S. Roma Ciclismo. Vedrò se si riuscirà a parlare con gli iscritti, magari durante una cena, per proporre una partecipazione di gruppo per un programma simile l’anno prossimo. Naturalmente per fare salite così importanti ci vuole anche una preparazione importante, non sono cose che si improvvisano, per cui una eventuale partecipazione a questo appuntamento potrebbe incidere sulla consueta programmazione legata ai circuiti”.

Adesso, però, ci si può permettere di guardarsi indietro, dopo la vera impresa di Budapest, c’è la direzione di gara. Le gambe forse fanno ancora un po’ male, ma è una sensazione che richiama solo ai dolci ricordi che gli atleti giallorossi porteranno sempre nel cuore.

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