Oltre ogni confine. Oltre la fatica, in certi casi anche la ragione.
Cristina Rulli non smette di stupire e completa la D+Dolomitica. Un’impresa che già sarebbe stata tale per come era stata pensata, 718 chilometri con 19000 metri di dislivello e 22 passi dolomitici da superare, in due, senza assistenza, ma che è diventata leggendaria perché a causa della sfortuna occorsa al suo compagno Nello Milano, Cristina si è ritrovata da sola molto presto. Non si è arresa, ha continuato e ha scritto una pagina indimenticabile per sé stessa e per l’A.S. Roma Ciclismo.
Dopo qualche giorno di meritato riposo, è lei stessa a raccontarci la sua avventura: “Dopo la Race Across Italy, completare anche la D+ Dolomitica vuol dire vincere il campionato italiano Ultracycling. E così insieme a Nello Milano avevamo programmato di provarci. Di certo non ci saremmo aspettati tutto quello che è successo”.
E vediamo cosa è capitato: “Nello Milano a un certo punto ha avuto i crampi. Eravamo su una salita al 10% di pendenza, la coppia di tedeschi, nostri rivali, ci ha superato. Salivamo verso il passo Manghen e volevo far da lepre a Nello, per restare in contatto coi tedeschi. In cima però l’organizzazione mi ha detto di scendere, altrimenti avrei preso freddo, perché poi Nello mi avrebbe recuperato in discesa e così ho fatto. Arrivata in fondo però Nello non arrivava e poco dopo l’organizzazione mi ha informato che era stato sfiorato da una macchina provocando, pur senza farlo cadere, la rottura del cambio della sua bici, determinando a malincuore il ritiro”.
Cristina però ha saputo subito riprogrammarsi: “Ci siamo sentiti con Nello e mi ha spiegato cosa fosse accaduto. L’organizzazione mi ha comunicato che se avessi continuato sarei stata comunque classificata come finisher. A quel punto mi sono detta che dopo essermi impegnata così tanto per arrivare a quel punto, aver dedicato tanto tempo e tutte le mie ferie, non fosse giusto mollare. Dovevo almeno provarci. Non potevo rimanere col rimpianto di non sapere se ce l’avessi potuta fare o no, anche se sapevo che continuare da sola sarebbe stato molto difficile.
Nello stesso mi ha detto: “Cristina, vai”, mi ha augurato ‘in bocca al lupo’ e ho proseguito serenamente la mia impresa.
La prospettiva cambia: “Sapevo che un problema era la notte, non dal punto di vista fisico, sono abituata a dormire molto poco, ma per questione di sicurezza”. Come se non bastasse, si apre uno scenario non previsto: “Al passo Fedaja, il dodicesimo dei ventidue, ho vissuto un momento difficile. La salita era dura, anche al 15%, il vento contrario, lo sforzo era enorme. Gli ultimi 3-4 chilometri sono stati il punto più complicato. A quel punto è subentrata la testa. Ho iniziato a parlare con il mio corpo. Gli dicevo: ‘Lo so che ti sto chiedendo tantissimo, che ti sto martoriando. Ma poi ti restituirò tutto e avrai il meritato riposo’ “.
Come se non bastasse, passati i 400 chilometri inizia a piovere: “Ho proseguito e ho fatto bene, perché proprio quando la pioggia è diventata un vero e proprio diluvio ho trovato un punto predisposto dall’organizzazione per potermi riparare sotto un ombrellone. E così ho iniziato a pensare che forse il coraggio che avevo avuto nel decidere di proseguire sarebbe stato premiato”.
Le difficoltà non finiscono lì, perché torna il buio. E intanto, come ha già scritto Cristina, “gli occhi restano aperti a fatica nella notte, cercando di spalancarli per non farli chiudere, la pioggia lava via la stanchezza, il freddo ti tiene sveglia”. Ma a un
certo punto diventa necessario fermarsi: “La seconda notte è stata la più dura. Ho trovato un sasso e sono completamente crollata, riuscendo a dormire per un’ora. Poi a un certo punto ho visto due fari. Era la crew al seguito di un concorrente tedesco che aveva scelto di iscriversi con la formula che prevede l’assistenza e che mi ero lasciata alle spalle. E così almeno ho potuto avere un po’ di luce e non ero più sola in mezzo alle Dolomiti, a livello psicologico è stato importante. Anche questo è il bello della D+ Dolomitica, aiutarsi a vicenda tra concorrenti. Gli ultimi 230 chilometri sono stati emozionantissimi. Io cercavo di fare il passo in salita al tedesco e lui in discesa si buttava a capofitto. Entrambi non prendevamo la scia, a debita distanza, come da regolamento. Eravamo lontani fisicamente, ma comunque vicini”.
Ed ecco gli ultimi chilometri, i più intensi. Per finire tra i 18 iscritti su 35 capaci di completare il percorso: “Più mi avvicinavo al traguardo e più l’emozione diventava forte. Una volta arrivati a Vittorio Veneto ho voluto finire da sola, da finisher vera, come l’organizzazione mi ha riconosciuto. Li ringrazio non solo per la capacità che hanno dimostrato durante il percorso, ma anche per avermi premiato. Sono stata annunciata come una ciclista d’altri tempi, per aver onorato la gara. Come ha detto l’organizzatore, è un premio che porterò con me per tutta la vita, come un tatuaggio indelebile. Questa esperienza mi ha lasciato tantissimo, mi ha fortificata. Una grande soddisfazione è anche il tempo finale. Sono molto orgogliosa perché con il tempo impiegato per completare il percorso, 51 ore e 55 minuti, so che potrei partecipare alla Race Across America, ma non ci andrò perché servono attrezzature e risorse economiche importantissime. La cosa più bella resta aver dimostrato che il coraggio viene premiato. Essere riuscita ad andare oltre una fatica tremenda, facendo tutto da sola, è una soddisfazione che rimarrà indelebile e che dedico ai miei figli. Il messaggio finale è per loro: non bisogna mai mollare e se si ha coraggio si viene premiati”.
E non si cancelleranno mai neanche le parole dell’organizzazione, quando scrive “grazie agli atleti che hanno creduto a questa corsa, ma ancora di più per aver creduto a voi stessi”. Il tutto “nell’evento ciclistico più estremo del pianeta”. E ogni volta che lo legge, giustamente, Cristina si ferma un attimo e si chiede: “Ma che cosa ho combinato?”.
Qualcosa di grandissimo, Cristina.

