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di Mauro Gemma
Si apre uno spiraglio di normalità per il mondo del ciclismo.
Messi in cantina i rulli e ripresi gli allenamenti (anche se in forma individuale), sembra concretizzarsi la possibilità di disputare qualche gara nei prossimi mesi.
In questi giorni la FCI ha approvato il calendario delle competizioni per le categorie Donne (compreso il Giro Rosa), Elite-Under 23 e Juniores. Questi ultimi potrebbero disputare dalle cinque alle dieci gare, ma non tramonta del tutto la possibilità di qualche crono.
Anche il Team A.S.Roma Coratti è pronto a raccogliere la sfida di quella che sarà certamente una stagione atipica.
Ne abbiamo parlato con Simone Coratti, team-manager dei giallorossi.
Simone, diciamocelo fuori dai denti: la crisi causata dal Coronavirus potrebbe determinare la chiusura di molte attività produttive. Potrebbe succedere lo stesso per alcune società sportive?
«Guarda, il pericolo è concreto. Magari rispetto a quello che stanno vivendo molte aziende le nostre perdite sono più contenute, ma certamente la situazione non è buona per nessuno. La nostra squadra però resisterà, come tutte quelle dotate di grande passione, forza di volontà e coesione del team».
In questi mesi la Federazione è stata all’altezza o poteva fare di più?
«No, la FCI si è comportata benissimo. Vogliono aiutarci molto.
Però c’è una cosa che mi auguro: l’abbassamento, se non l’abolizione, del contributo che si deve versare alla Federazione quando si organizza una gara Juniores. Non è una cifra piccola, parliamo di 500 euro. Si dovrebbe trovare una soluzione per poter organizzare a costi più contenuti, perché ricordiamoci che da pagare ci sono anche i direttori di corsa, i giudici di gara e le ambulanze».
Pensate di avanzare una richiesta ufficiale in merito, magari di concerto con le altre società?
«Purtroppo le società che nel Lazio fanno attività a livello nazionale e internazionale sono pochissime, e tra noi “coordinarsi” non è sempre facile… Sicuramente nel corso della prossima riunione Federazione-società la questione salterà fuori».
Passiamo agli atleti. I ragazzi avevano ambizioni chiare per questa stagione: aumentare il livello della preparazione e grande aspettativa per le gare. Dal punto di vista psicologico e di mentalità hanno subito la quarantena? Come li avete trovati?
«All’inizio un po’ l’hanno subita. Erano molto gasati, quindi è stato inevitabile demoralizzarsi un po’. Però oggi sono super-carichi, non vedono l’ora di cominciare, di mettersi alla prova, di dimostrare su strada quello che sanno fare».
Fino a qualche giorno fa la prospettiva era quella delle cronometro, mentre ora si parla con insistenza di gare “classiche” anche per gli Juniores. Parliamo però di un calendario ridotto. Poche finestre per farsi vedere dal C.T. della Nazionale, poche prove per qualificarsi al Mondiale, poche possibilità da sfruttare al massimo. Un all-in non indifferente…
«Sì, le possibilità a livello nazionale e internazionale saranno poche. Vedremo se si potrà organizzare qualcosa anche a livello regionale. Chiaramente la Federazione punta a valutare l’atleta in quelle quattro o cinque gare nazionali che forse si disputeranno, però confidiamo di farci valere anche in qualche gara nell’ambito regionale. Sì, pare ci possano essere anche delle crono, ma ancora niente di ufficiale. Una cosa è certa: se vogliamo andare al Mondiale, se vogliamo qualificare almeno un’atleta, dovremo giocare bene le nostre cartucce nelle poche possibilità che avremo».
Questa non-stagione potrebbe avere strascichi sulla prossima?
Intendo a tutti i livelli (resa degli atleti, equilibri delle società, robustezza del movimento ciclistico).
«Beh, sì. Magari per vari motivi qualche ragazzo potrebbe anche smettere.
E c’è anche il problema degli Juniores giunti ormai alla seconda stagione in questa categoria: il prossimo anno per loro sarebbe dovuto essere quello del salto nei dilettanti, ma mica questa è da considerare come una stagione vera!
Però sembra che dall’Unione Ciclistica Internazionale arriveranno delle disposizioni per cui gli Juniores faranno un terzo anno nella categoria, in pratica per “recuperare”.
Serve il giusto tempo per far maturare i ragazzi, mentre farli passare dilettanti dopo quattro o cinque gare sarebbe una catastrofe.
Però sì, qualcuno potrebbe anche perdersi per strada».
C’è invece qualche elemento positivo che i ragazzi e la squadra possono aver maturato, qualcosa che questo periodo può aver lasciato loro dal punto di vista della crescita sportiva?
«Sarò molto franco: di vantaggi ce ne sono ben pochi. Anche a voler guardare il bicchiere mezzo pieno, non possiamo dimenticare che l’atleta si forma facendo le gare. L’allenamento non ti dà quello che ti dà la competizione, perché c’è la questione del ritmo-gara e del confronto con gli avversari. La gara è sempre tirata, il ritmo sempre alto: per crescere servono la tensione dell’ultimo chilometro e l’adrenalina dello stacco in salita. E poi la gara ti insegna a gestire e superare l’emozione. Magari in allenamento vai fortissimo, ma nelle prime gare non riesci a rendere per quanto vali. Fare le gare ti “sblocca”, non c’è dubbio».
In questi mesi la domanda delle domande è stata (ed è ancora): il calcio ripartirà?
È sempre la solita storia? Un figlio e tanti figliastri?
«Purtroppo sì. Ma la questione non è solo ‘Calcio vs Altri sport’, ma anche ‘Calcio professionistico vs Calcio “minore” (e settori giovanili)’. Magari la Seria A ripartirà, ma credo che non sarà lo stesso per il settore giovanile.
Nel ciclismo siamo più fortunati; è vero, per questa stagione non ci saranno moltissime gare, ma l’atleta lo rimetti in sella, lo fai allenare tranquillamente e lo porti comunque a fare qualche trasferta. Pensiamo invece a quanti sforzi economici deve fare una società calcistica piccola già solo per sanificare impianti e spogliatoi. Poi i tamponi, le visite, i certificati medici e tutto quello che segue a cascata. Ecco, a proposito della tua primissima domanda: in quel settore alcune società potrebbero chiudere, oppure non riuscire a ripartire come vorrebbero. A questo punto credo sia meglio non farli ripartire proprio alcuni settori giovanili; in questo modo le società più piccole non sarebbero costrette a sborsare delle somme insostenibili. In caso contrario il pericolo per loro sarebbe quello di andare incontro al fallimento.
Sembra assurdo dirlo, ma per loro non ripartire subito potrebbe essere un bene».



