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di Mauro Gemma
Neanche l’emergenza sanitaria è riuscita a scalfire la Capoliveri Legend Cup.
Una delle gare più belle e prestigiose per chi fa mountain bike è stata solo spostata di qualche mese, ma conta già più di duemila iscritti ai blocchi di partenza. Tra coloro che faticheranno sullo sterrato dell’Isola d’Elba anche Gabriele Diaferia – “Cap” del Team MTB di A.S. Roma Ciclismo – che ci ha raccontato perché questa è una delle gare di MTB più attese della stagione.
Con l’ingresso nella Fase 2 si è iniziato a parlare di ripartenza e di gare su strada, ma anche per il settore MTB si muove qualcosa: per il 10 ottobre 2020 c’è in calendario una classica come la Capoliveri Legend Cup, in uno scenario unico come quello dell’Isola d’Elba. Già duemila iscritti e altri se ne stanno aggiungendo in questi due giorni. Non una ripartenza qualunque quindi…
«Guarda, è la gara più bella e prestigiosa che ho fatto, con la maglia giallorossa e in generale. È una gara a livello UCI, quindi organizzata in maniera eccellente. La scorsa edizione era l’undicesima (la terza alla quale la Roma Ciclismo ha partecipato) e i partenti erano 2.200, tra i quali gente del calibro di Francesco Casagrande e Julien Absalon. Non vedo l’ora che arrivi ottobre, perché se ami la MTB, questa non puoi perderla!».
Quello in cui si corre la Capoliveri è uno dei weekend più attesi dell’anno per chi con le due ruote fa sterrato. Perché è una gara così speciale?
«Beh, intanto per l’accoglienza di Capoliveri: pensa che le strutture e i ristoranti fanno a gara per far star meglio i biker e i loro familiari (lo fanno per accaparrarsi più gente possibile e ci sono riusciti!). Sono tre giorni in cui mountain bike e turismo vanno a braccetto. Considera una cosa: la Capoliveri si disputerà in concomitanza con altre gare, ma quando ho dovuto scegliere non ho avuto alcun dubbio. Quest’anno sarà la mia terza volta e non vedo l’ora. Poi non si può mancare a questo appuntamento perché è una gara dura, una vera sfida con se stessi».
Ecco, oltre che speciale è una gara tosta. Due percorsi: la Marathon da 80 km (con 2926 metri di dislivello) e la Classic da 50 (con 1700 metri di dislivello). Che preparazione state seguendo per arrivare preparati all’evento?
«Assolutamente tosta, ma anche molto tecnica (infatti in questo momento sto lavorando solo per lei). Come si dice in gergo, ci vuole veramente ‘il pelo sullo stomaco’.
La Marathon è un saliscendi continuo e parecchi biker non riescono a finirla; c’è un ‘cancello orario’ da raggiungere entro il sessantesimo chilometro. Se non arrivi in tempo, non ti fanno continuare, perché faresti sera. E poi c’è la 50 km, la Classic: anche lei non regala niente a nessuno».
Si parla di un dislivello importante anche in questo caso. Considerarla come ‘la variante facile’ sarebbe un grave errore…
«Assolutamente. 50 km e 1700 metri di dislivello sono veramente massacranti. All’arrivo c’è una bimba che ti mette al collo la medaglia e ti dice “Bravo, l’hai finita!”. Ho una foto di questo momento che mi riguarda e ho le lacrime agli occhi. Ma prima ci sono gli ultimi metri, quelli del Muro della Leggenda, uno dei tratti più faticosi dell’intera gara».
Di che si tratta?
«È una salita particolarmente ripida – per questo viene chiamata Muro – che resta chiusa per tutto l’anno e aperta solo per la giornata della gara. E lì è davvero massacrante: devi superare una pendenza durissima tra due ali di folla che ti incitano e nelle orecchie la voce dello speaker che scandisce il tuo nome e quello della squadra per la quale corri. Pelle d’oca, nient’altro da aggiungere».
Fare mountain bike in un certo modo è già molto duro, ma la preparazione per questa gara sembra fare storia a sé…
«Sì, per la Capoliveri serve una preparazione particolare e grande forza fisica. Saremo in due a correre con i colori giallorossi. Visto il periodo che stiamo attraversando, però, non abbiamo ancora potuto approntare una preparazione troppo specifica, perché ci sono tanti punti interrogativi per quanto riguarda il calendario delle gare. Poi c’è anche un’altra questione, ti faccio un esempio: io e altri ragazzi della Roma facciamo anche gare di Endurance, ma in questo momento non riusciamo a vedere nel calendario molti punti fermi, quindi per adesso stiamo uscendo in allenamento per fare più chilometri e salite possibili, in modo che questa “base” vada bene per entrambe le discipline».
Chi di solito corre su strada durante la quarantena si è allenato sui rulli. Per chi fa MTB non è così semplice, perché lo sterrato non è facilmente replicabile. Come avete fatto per restare in forma?
«Anche noi ci siamo dovuti “arrendere” all’allenamento indoor sui rulli, focalizzando però la nostra preparazione sulla parte superiore del tronco; nel mountain bike non puoi stare “statico” come se stessi correndo su strada. Sopra devi essere molto allenato a livello muscolare, perché è tutto un altro sport.
Servono anche la palestra e i pesi, perché una gara di MTB da 40 km ti mette alla prova in una maniera incredibile (e ne esci fuori distrutto)».
Tu vesti i colori giallorossi dal 1989. Molte aziende sono in crisi e alcune squadre sportive potrebbero soffrire a loro volta (anche a causa del venir meno di alcuni sponsor). Ti ricordi un momento così difficile per il ciclismo in generale?
«Posso dirti quale è stato il momento più complicato per noi della Roma: senza dubbio quello in cui è mancato Massimo Baldesi. Ero nel gruppo già da un po’ e l’ho vissuto come uno dei momenti più bui. Era il nostro presidente e punto di riferimento, sia alle riunioni che per quanto riguarda le questioni di gara e di supporto economico alla squadra. Per quanto riguarda la questione sponsor invece quello storico è Corridi: ci segue ormai da moltissimi anni. Certo, adesso il momento è particolare, perché nel ciclismo trovare sponsor è difficile; non è una cosa “ferma”, come il calcio (che puoi vedere in tv). Perciò spesso le squadre sono supportate da piccole aziende, che fanno da sponsor perché quegli imprenditori sono appassionati. Nel ciclismo, a meno che non sei un nome conosciutissimo, non girano molti soldi».
Da qualche giorno si parla del fatto che nel ciclismo su strada forse si dovrà rinunciare ai bus per gli atleti (perché potrebbero essere occasione di assembramento). Secondo te c’è il rischio che per molti mesi, anche nella mountain bike, si possano perdere tutte quelle piccole cose che ruotano attorno alla gara e la arricchiscono?
«Purtroppo sì. Prendi il pasta-party per esempio: arrivi stremato dopo una gara intensa e hai l’occasione di mangiare con la famiglia e i compagni di squadra. È un momento molto bello e importante, sia per recuperare energie che per fare socializzazione, ma per un po’ di tempo probabilmente questo tipo di abitudine dovrà essere cambiata».
Però il Coronavirus forse una cosa positiva ce la lascia: pare che molta più gente voglia usare la bici (e non solo in città)…
«Senza alcun dubbio. Guarda, per me la bici è tutto, è vita! Faccio anche il meccanico ciclista, lo faccio a casa per amici e compagni di squadra. Ho fatto questa premessa perché si capisca meglio quello che sto per dire: in questi giorni ho provato una grande felicità quando ad alcuni proprietari di negozi storici di biciclette – come Olmo, Liberati e Cicli Conte di Fondi – ho sentito dire che non avevano bici a disposizione e che addirittura avevano molti ordini in arretrato. Io giro prettamente in bicicletta – vado a lavoro in bici e non prendo mezzi pubblici o auto – per cui ho potuto vedere che in giro ci sono molte più persone che pedalano, sia per spostarsi che per piacere (come le famiglie con i bambini).
Il Coronavirus è stato sicuramente una sciagura per moltissimi aspetti, ma sicuramente ha segnato una piccola rinascita per la bicicletta».




